Smercio © Simona Guerra

Esercizi di Fotografia Consapevole #5

Quando valgono le nostre fotografie? Chiedercelo è normale; rispondere è più complesso soprattutto perché il termine valore ha molti significati e il primo che gli viene dato, di solito, è quello economico.
Forse potremmo iniziare con il precisare la domanda; correggerla un po’ in modo da capire cosa intendiamo.
Potremmo ad esempio volerci domandare che valore ha da un punto di vista di soddisfazione e gratificazione intima il gesto creativo che abbiamo compiuto. Oppure potremmo domandarci che valore ha da un punto di vista comunicativo, attinente al far sapere e al dire agli altri. Forse ci interessa il suo valore sociale, o didattico, o quello relativo al quadro contemporaneo generale. Assieme a queste, ovviamente, una domanda potrebbe riguardare anche il valore commerciale. 
Insomma: il punto di vista da cui guardiamo le cose fa anche qui la differenza e il “Se lo mettessi in vendita quanto vale” è solo una delle possibilità.
Riguardo al valore intimo, più personale delle nostre opere, ho l’impressione che il pensiero occidentale, che fa tutto con la logica del denaro, sia così tanto inquinato che quando rispondiamo a questa domanda teniamo comunque e sempre un po’ conto di quanto vale, tradotto in soldi, la nostra arte.
Ma se il valore intimo, di soddisfazione e gratificazione del fare è condizionato dal pensiero che la nostra opera potrebbe avere pochi o nessun acquirente se fosse messa sul mercato, è fuorviante. Avvilente.
Vivere male il pensiero che all’infuori che per me quel che faccio non vale niente può far diventare quasi doloroso il creare, fotografare, scrivere.
Per questo il concetto di necessità è così centrale nell’arte; perché esula da agenti esterni, perché non si cura del giudizio altrui e produce a prescindere da qualsiasi cosa.
La domanda più importante per una Fotografia Consapevole è che valore ha quel che faccio in termini d’urgenza.

Perché in tal caso se non c’è molta urgenza, non c’è nemmeno molto valore.

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  Piedi © Simona Guerra

Esercizi di Fotografia Consapevole #4

Oggi ho scattato una fotografia dei miei piedi che camminano. Ne avrò un centinaio o forse più. A volte le scatto per caso - accendo il fototelefono che stava proprio puntato per l’ingiù, sull’inquadratura delle mie scarpe - altre invece le faccio mentre cammino, intenzionalmente.
C’è qualcosa di irresistibile nei miei piedi che si muovono che ha a che fare con l’andare e con l’accessorio con cui farlo: le scarpe. Lo penso perché piedi nudi - seppure non li ho brutti! - non me li sono mai fotografati.
Beh… ognuno ha le sue fisse, i soggetti che “chiamano” perché hanno bisogno di essere al centro dell’attenzione. Di certo non le esporrei in una mostra: punte di scarpe che non hanno senso per gli altri, né sono artistiche o interessanti fotograficamente. A volte sbagliate. Eppure per me sono importanti, come è anche importante produrle.
Questi scatti sono ciò che chiamo Fotografie di servizio. Immagini che DEVO fare, che sento e servono; da non spiegare a nessuno, di cui sono complice e che a volte mi fanno dire “Ah ecco!”. Gli altri possono vederle, certo, ma non c’è proprio nulla che io voglia comunicare loro: l’intenzionalità del dialogo è privata.
Le fotografie di servizio dovrebbero farle tutti. Secondo me giovano anche alla salute!. I ragazzi le fanno in continuazione perché usano la fotografia senza caricarla di nessuna aspettativa (artistica ad esempio). Scattare è tale a respirare e come per i vestiti per loro non esiste la Fotografia da usare la domenica e quella da infilarsi tutti i giorni. Si scatta e basta. Si attua quel flusso di coscienza per immagini senza classificazioni.
Per me che non sono nata digitale c’è differenza tra una Foto di servizio e una Fotografia. Forse mentre quelli delle vecchie generazioni devono lavorare per rendere più labile il confine tra Fotografia e Foto di servizio, i giovani dovranno lavorare in futuro per rendere quel confine più netto.
Ad ogni modo: se non lo avete mai fatto vi invito a scattare una foto di servizio al giorno per una settimana - rigorosamente con un telefonino!. Alla fine riguardatele tutte e poi, se avete voglia, scrivetemi una mail. La seconda parte dell’esercizio ve la dico di persona.

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  Bologna, via San Vitale © Simona Guerra

Esercizi di Fotografia Consapevole #3

Quante volte ho camminato sui marciapiedi di questa città! Credo di averci consumato intere paia di scarpe eppure solo adesso, sotto a un portico di via San Vitale, ho sentito l’esigenza forte di rallentare e scattare delle fotografie alla pavimentazione del centro città.
Questi portici sono così antichi che il calpestio di generazioni intere ha consumato le pavimentazioni più e più volte: in certi punti si notano degli avvallamenti come se il terreno avesse ceduto; in altri la graniglia è intervallata da grandi aree in cui è stato versato una specie di cemento colorato di rosso Bologna; in altri ancora ci sono i segni lasciati da certi piccoli lavori stradali - vecchi tubi da sostituire o chissà che altro - ma forse non c’erano più piastrelle uguali cosi quelle nuove hanno un altro stile.  
Queste pavimentazioni sono affascinanti. Fotografarle mi sta permettendo di fare viaggi immaginari sorprendenti che parlano della gente, di chi ci è passato con la bicicletta, a piedi, correndo, arrabbiato, felice, ansioso, con la valigia, senza speranza, pieno di energia e anche di chi c’è scivolato sopra - come capita spesso qui a Bologna dopo una nevicata.
Perché mi interessano le mattonelle disuguali e i marciapiedi?
Perché mentre di fronte a una strada o a un marciapiede “recente” su cui siano stati fatti dei lavori  mi viene lo sconforto vedendo che oggi non c’è più attenzione al decoro urbano (riparazioni fatte male, buche coperte alla meglio, cemento di colore diverso ecc.) sotto questo portico di Bologna invece lo stesso rattoppamento di mattonelle dissonanti mi fa sentire come se stessi camminando su un’opera d’arte.

E’ come se in questo luogo il Tempo avesse dato alle distinte pavimentazioni il modo di accordarsi tra loro per trovare un’armonia fra le parti che la compongono. Nel nuovo invece la combinazione mi arriva come trascuratezza, freddezza e assenza di fascino.

E’ chiaro che assieme a miliardi di piedi anche la Vita è passata da qui mentre nella strada recente non ancora molta; ma non so dire se tutto si risolve solo in questo fatto.

E’ per tale motivo che vi invito a fotografare uno stesso soggetto o oggetto, prima il vecchio e poi il nuovo, per riflettere assieme su cosa si nasconda dietro alla pavimentazione del portico di via San Vitale.

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  Milano. Via Montenapoleone  (particolare) © Cesare Colombo 1957

Esercizi di Fotografia Consapevole #2

Non posso dire che La Street Photography sia il genere che perseguo ma avvicinandomi a lei ho capito che anche qui come in altra fotografia si scatta ciò che siamo, ciò che conosciamo e dunque anche in ogni frammento del quotidiano, in un contesto urbano, la Fotografia continua a seguire la sua regola: essa è lo specchio di chi la produce.
Esiste un saggio - che se non ricordo male anche Gabriele Basilico segnalava fra i suoi più amati - uscito per la prima volta nel 1944 di Alberto Savinio in cui si racconta una lunga passeggiata per Milano. Quanti libri conosciamo già in cui si narra un luogo, un cammino, una città? Diversi e ognuno ricorderà il suo preferito, ma questo libro è speciale e ciò che più mi affascina di esso è l’incantevole titolo:
Ascolto il tuo cuore, città. Ascoltare è già un’azione importante.
Ascoltare implica la disponibilità ad accogliere, ad udire con attenzione. Ascoltare il cuore di una città per me vuol dire aver l’intenzione seria di andare al nocciolo di essa; cercare le peculiarità profonde dei suoi luoghi, i segreti delle strade, le sue abitudini, le architetture e con esse tutto ciò che consiste in una città.
Ascolto il tuo cuore, città: per me questo titolo è già una poesia fatta di un solo verso per quanto è intenso ciò che custodisce e il modo in cui lo esprime. Attorno a quella virgola, secondo me, ci gira un mondo!
Il libro è complesso e la sua lettura non è agile né consigliata ai frettolosi ma quel che del libro mi importa sottolineare ora, come poi emerge al suo interno, è che per Savinio la città è una stoffa su cui ricamare divagazioni. In pratica anche lui, con le parole, non fa che usare Milano per confessarsi, per ricordare, per cogliere ciò che a lui interessa e riguarda lungo questo simbolico percorso.
Ciò che Savinio afferma senza dire è in fondo che quell’ascolto è rivolto a se stesso, che quella città in cui non è nato, Milano, ma che tanto ha amato, è lo spazio simbolico per parlare a Sé.
A chi ancora credesse che fare Street Photography significhi andare incontro al caso e alla vita con una macchina fotografica in mano propongo di riflettere ancora una volta su in cosa si traduce realmente il proprio gesto d’interpretazione della realtà, su cosa riflette quella sua fotografia, su cosa dice del fotografo l’immagine che poi egli condivide con il mondo. Fotografare il fuori consapevoli di fotografare il dentro, dicendo a se stessi e alla Strada ciò che Savinio diceva alla città: ascolto il tuo cuore.

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  Dalla serie 'Fango' (particolare) © Giorgio Granatiero

Esercizi di Fotografia Consapevole #1

Nel 1973 usciva il libro più bello di Gianni Rodari “Grammatica della fantasia. Introduzione all'arte di inventare storie”. Questo saggio straordinario sviluppa il concetto del Binomio Fantastico che Rodari ha ideato al fine di “mettere in movimento parole e immagini".
Il Binomio Fantastico si basa sul fatto che il nostro cervello funziona per associazioni di idee e sulla certezza che esso non riesce a fare a meno di cercare (e trovare) una connessione fra le cose e un loro senso qualsiasi esse siano. Ci sono però connessioni e connessioni! Alcune ad esempio possiamo definirle più statiche, pigre. Per capirci: se dico la parola bambino e pallone l’immagine mentale e la connessione che potremmo creare sarà facile e scontata. Ci verrà in mente un bambino che gioca a pallone o che rincorre una palla ecc. Ma se invece uno le parole finestra e poi elastico, il cervello si trova spiazzato per un momento e trovare una connessione tra una finestra e un elastico, immaginarla, diventerà una piccola sfida dinamica.
Il Binomio Fantastico di Rodari è un esempio di come la scrittura e il suo mondo può incontrarsi con quello della fotografia, in questo caso per stimolare il gesto creativo puro. Può dunque esistere un Binomio Fantastico Fotografico? Certo, esiste già, ed è “praticato”  da diversi autori che consapevoli o meno di quanto sia geniale stuzzicare l’occhio e la mente dell’osservatore con binomi improbabili ottengono con facilità la loro attenzione .
Ma un Binomio Fantastico Fotografico, che io sappia, non è mai stato teorizzato e a nessun corso di linguaggio fotografico l’ho mai visto insegnare.
Quando dico che la scrittura può servire alla fotografia, non lo nascondo, sono un po’ stanca di dover spiegare che non intendo parlare di didascalie noiose né insegnare alle persone che seguono i miei seminari come si scrive né come allegare una spiegazione o una “suggestione di parole” alle proprie immagine. No! Quando parlo di Fotografia Consapevole parlo di questo e di altre mille cose che potremmo apprendere dalla scrittura se ci aprissimo di più a lei, al suo ampio e variegato mondo e a tutto ciò che essa può insegnare alla fotografia e ai fotografi.
L’esercizio di Fotografia Consapevole che propongo è dunque quello di mettere in pratica questa idea e di divertirvi con la realizzazione di… fantastici binomi fotografici.

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  Sopra un libro © Simona Guerra

Se i Blog diventassero libri

Alcuni Blog di fotografia danno spunti di riflessione, sono interessanti, originali, ricchi di contenuti. Altri no. Stanotte ho sognato cosa accadrebbe se fosse obbligatorio, per via di un’assurda legge, dover tramutare i contenuti di tutti i Blog in tradizionali libri. Parlo di quelli in carta, che si comprano nelle librerie o in rete. Oggetti diversi fra loro ognuno con la sua grafica, la sua carta, una propria rilegatura che seguirebbe ovviamente in maniera pedissequa, per dirla in modo giovane, il mood del blog.
Ho visualizzato alcuni libro-blog senza difficoltà: quello di Enrico Prada per esempio (La valigia di Van Gogh) era una raccolta di poesie e immagini delicate, stampate su carta goffrata (avorio?) in uno di quei formati piccoli, copertina blu carta da zucchero; insomma una leccornia per i sensi. Quello di Michele Smargiassi invece (Fotocrazia) era un saggione solido, carta bianco latte, stampa digitale, sottolineabile e con spazio per qualche appunto. Bella presenza certo, ma più che altro pratico e strapazzabile.
Altri libro-blog invece ho faticato un po’ a vederli. Alcuni avevano la copertina
gommata a colori, di quelle che attirano l’attenzione ma che poi dentro contengono pagine grigie, con le illustrazioni bianco e nero tristi e pixelate. Altre contenevano prime pagine scritte in modo brillante ma a seguire fogli bianchi senza più idee, senza direzione, su cui non c’era più nulla da leggere. Altri ancora erano poco più di fogli rilegati, fotocopiati a loro volta, alcuni dei quali con la classica spirale delle copisterie e (solo alcuni) la copertina trasparente a proteggerle.
Ma il Blog, si sa, non è un libro; piuttosto è un luogo in cui esprimere certe proprie opinioni dell’oggi che si sente il bisogno di dire, che si sente il bisogno di condividere e su cui scambiare opinioni talvolta senza preoccuparsi di verifiche sull’attendibilità delle affermazioni, senza sentire alcun bisogno della vecchia e solida bibliografia. O sbaglio?
Eppure seguito a sognare questa sovrapposizione tra il libro e il Blog. Sarà che chi scrive certi post dice e condivide dappertutto ma poi non risponde a un dibattito sulle sue idee, non lo accetta o non ha tempo, e allora - come nel libro - torna a una comunicazione unidirezionale ma pur sempre vuota di quell’autorevolezza che il libro possiede grazie a certi suoi caratteri (la bibliografia, il suo essere fisico e non volatile, l’idea e la speranza che chi l’ha prodotto e ci ha speso tempo e soldi ha creduto nella bontà di quelle affermazioni, ecc.)
Ecco allora che certi Blog tornano nella mia mente ad essere normali commenti non diversi dai post ma confezionati meglio; solo un “tanto fra due mesi chi ricorda cosa ho detto; basta aver detto”; solo un modo come un altro per esistere. Un luogo leggero in cui se non cito le fonti non protesta nessuno; uno spazio da occupare che non si ha nel quotidiano; un modo per farsi notare; per vendere merce e preparazione; manuali sul “come fare” che non danno reale aiuto.
Alla fine del sogno ho “visto” il mio Diario di Fotografia Consapevole: era una raccolta di testi scritti a macchina su carta velina tipo quelle che le lavanderie di provincia usano per incartare i miei vestiti stirati.
Poi mi sono svegliata e sono andata a comprare saggi di carta in una libreria.

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  Il tempo che è stato © Simona Guerra

Un pezzo di autoritratto

Talvolta sento dire che “siamo così presi dal fare le fotografie che non guardiamo più la realtà che ci circonda”.
In parte è vero ma anche giusto. Per me la realtà è uno specchio; quel che vedo nella realtà sono Io, i miei pensieri, i miei desideri, le mie enormi paure. Quando mi guardo attorno so che mi sto in realtà osservando dentro, non sto osservando qualcosa di esterno a me.
Questo è il motivo per cui, di fatto, tante cose che fotografo non mi interessa vederle nella realtà ma soprattutto e bene dentro lo schermo del mio apparecchio da ripresa, dentro alla mia testa e capirle; capire perché le ho fotografate, capire perché le ho trovate e mi sono fermata lì e non da un'altra parte.
Osservare il mondo è una cosa molto saggia perché osservando impariamo molte cose; avere fretta di scattare senza rendersi conto di quello che si sta inquadrando è forse il suo contrario e non lo apprezzo; inquadrare il mondo sapendo che ogni scatto è un… pezzo di autoritratto molto concettuale mi sembra una buona via

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  Le bottiglie di Morandi © Simona Guerra

Quando il soggetto vale più del fotografo

Ricordo numero uno: la mostra vista un anno fa a Bologna di Joel Meyerowitz “Morandi's Objects” un’esposizione in cui le bottiglie ed altri utensili che il noto pittore Giorgio Morandi usava per realizzare le nature morte, erano fotografate singolarmente appoggiate sul tavolo di studio dell’artista.
Ricordo numero due: sul suo profilo Instagram uno scrittore che ora ha iniziato a interessarsi di fotografia, Roberto Cotroneo, illustrava tempo fa il suo progetto: fotografare gli scrittori che conosce.
Ricordo numero tre: un amico torna da un workshop a New York e mi mostra una serie di fotografie scattate ai grattacieli visti dalla strada.
E’ mia opinione personale che in tutti e tre i casi agli autori delle immagini sia piaciuto… vincere facile, come si usa dire. Certamente le opere del grande fotografo statunitense non sono paragonabili per bellezza e maestria dell’immagine agli scatti dello scrittore, e neppure a quelle del mio amico, ma non è questo il punto. Quel che penso è che si dimentica a volte che ci sono nella realtà che ci circonda certi soggetti talmente potenti da fare la fotografia a prescindere dai fotografi che la scattano.
Questo crea l’illusione che tali opere siano interessanti, mentre è il soggetto e la sua forza ad essere veramente coinvolgente per chi la guarda. Voglio dire che il contenuto iconico, in questi casi, è in grado di trasferire all’autore la sua rilevanza, confondendo il fruitore, talvolta riversando erroneamente su chi ha fatto lo scatto tutti i meriti del lavoro.
Per dire questo ho avuto bisogno di andare a visitare la Casa Morandi, in via Fondazza a Bologna; prima per ammirare le stesse bottiglie immortalate da Meyerowitz nelle fotografie di Paolo Monti o Luigi Ghirri, per citarne alcuni, e poi per fotografare anch’io le sue bottiglie.
Nel caso delle bottiglie di Morandi, sono certa che i grandi fotografi abbiano scattato le loro fotografie a quegli oggetti con la consapevolezza di omaggiare il grande Morandi e senza l’intenzione benché minima di prendersi qualche merito.
Ma che ne è, al contrario, in tanti altri casi, dei fotografi piccoli?.

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  Due euro © Simona Guerra

 La fotografia d'arte usatela senza cura

Stamattina Facebook pubblicizza l’acquisto di una t-shirt con su scritta questa frase: “Non ho bisogno di una terapia, ho solo bisogno di scattare delle foto”. Divertente!, ho pensato, ma poi sono tornata incupita a ragionare su quale disagio si potesse celare dietro a quella dichiarazione.
Che la fotografia intesa e prodotta a scopo artistico svolga un’azione anche di tipo “terapeutico” lo sappiamo, e infatti è fra quelle attività che possono donare sollievo, emozione e piacere a chi le pratica; in grado talvolta di mettere in atto un processo di consapevolezza di sé straordinario. E allora perché molti autori che intendono la fotografia come arte mi confidano che la parola terapia non la vogliono più sentir nominare, come recita questa maglietta?
Credo che la risposta sia da cercare nella diffusione di un altro modo di fare fotografia. Parlo di quella fotografia intesa e prodotta con scopo curativo che viene utilizzata con i pazienti in ambito psicologico e clinico come strumento di lavoro.
Alle parole terapia e terapeutico è bastato… un piccolo salto del fosso, ed ecco che hanno fatto il loro ingresso in ambito artistico/fotografico entrando in molti contesti (festival, mostre…) in cui non si capisce più bene se il fine ultimo di quel che si propone è artistico o curativo.
La Fotografia artistica conosce da sempre la sua capacità di coinvolgere anche la sfera psicologica di chi entra in relazione con lei, ma il suo fine non è la terapia o la cura bensì l’ espressione artistica pura e autentica. 
“Non ho bisogno di una terapia. Ho solo bisogno di scattare delle foto”. Ecco cosa penso dichiarino molti dei fotografi che sceglieranno di indossare questa maglietta: non sento il bisogno di trasformare in una terapia il mio fare fotografia. E aggiungerei: proseguire il mio viaggio di scoperta e conoscenza di me e del mondo in autonomia e sotto la mia sola responsabilità; non cambiare - tu che osservi - il senso della mia fotografia, che è soltanto arte, intendendo la parola soltanto come un’umile affermazione di chi sa di non scattare per esercitarsi nello stile o per passare il tempo ma che quella possibilità di introspezione data dall’arte è una delle risorse più magiche della fotografia. Questa è per me Fotografia Consapevole.
Terapia, terapeutico:  sono parole che vorrei uscissero definitivamente dal vocabolario del fotografo-artista. Seguitare a usarle in contesti di fotografia artistica peraltro non fa che alimentare l’ambiguità a cui taluni aspirano. In realtà chi lo fa strizza l’occhio a un’utenza più vasta di quel che dovrebbe sapendo già che non riuscirà ad appagarla appieno.
Se non fosse che verrei fraintesa, sarebbe divertente scrivere questo sulla mia maglietta fotografica:
“La fotografia d’arte usatela senza cura”.

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  Summer © Simona Guerra

Non si vede la fotografia

Lui fa il Deejay e lei è la sua fidanzata: lui mette su i dischi a una festa anni '50. Tutto normale se non fosse che entrambi hanno più' di 70 anni.
Lui sta bene in salute, con il suo abito in stile vintage e il cappello di paglia presenta i brani e incita i danzatori vogliosi di un nuovo swing da ballare. Lei invece non tanto; sta seduta sotto al palchetto. Un po' affaticata forse dal caldo e dall'età si sorregge a un bastone. Ha i capelli bianchi, le spalle curve, ma seppure si muove con fatica tiene il ritmo con la testa. Fra un brano e l'altro lui le parla e sorride, le passa una bibita fresca, poi torna al suo lavoro.
Li immagino da giovani: immagino che lui sia un Deejay da quando avevano vent'anni, e che è da allora che stanno assieme; che assieme hanno ballato fino a consumare le scarpe a ritmo dei brani di Elvis.
Oggi si amano ancora, si vede da come si guardano.
A quel punto sento la mano calda del mio fidanzato nella mia. Mi tira verso la pista perché: “Questa non la possiamo perdere!". Torno a ballare sorridendo, sperando che la vita ci permetta di consumare tutte le nostre scarpe assieme, nello stesso modo amorevole in cui lo stanno facendo loro.

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 Nuda © Simona Guerra

La fotografia di Pablo Neruda

‘Fotografare? ok, ma bisogna anche sapere scrivere’. Questo avevo affermato tempo fa, e assieme ai pareri favorevoli sono arrivati ovviamente anche i contrari. Ecco alcuni di questi:
“Io sono un fotografo, non voglio dover spiegare con le parole quello che voglio dire” (condivisibile); “Non capisco perché dovrei riprendere a scrivere. Se ho scelto la fotografia per esprimermi vuol dire che la preferisco a tutto il resto”. (ok, accettabile); “Non si può essere bravi a fotografare e anche a scrivere nello stesso tempo”. (mah… discutibile); “La fotografia usa codici diversi da quelli della scrittura e quindi…” (e quindi?). Insomma, le affermazioni sono state diverse e ognuna mi ha aiutata a far chiarezza su quel che penso. Ora: io so bene che scrittura e fotografia non funzionano allo stesso modo; l’una non può svolgere il compito dell’altra, ed è vero che entrambe hanno le loro peculiarità, ma allora che possono fare, di interessante, assieme? Di certo sostenersi.
L’immagine che ho in mente è il palcoscenico di un bel teatro in cui un attore sta recitando quella poesia che tanto amiamo, quindi, per me, sta recitando “Nuda” di Pablo Neruda:
“Nuda sei semplice come una delle tue mani,
liscia, terrestre, minima, rotonda, trasparente...
L’attore ha una voce potente, calda, e il suo volto è illuminato dall’alto con una luce che crea nette ombre. Dopo questi primi versi fa una pausa, si sposta un po’ a destra e la luce cambia; ora proviene da un altro punto del palco e diventa quasi d’oro.
“Nuda sei azzurra come la notte a Cuba…
… nuda sei enorme e gialla
come l'estate in una chiesa d'oro.”
Nel suo evocare egli sembra avere davanti agli occhi, fra le mani, la pelle della sua amata. Recita ad occhi chiusi, carico di passione, ed ora, con le mani aperte, le dita tese, conclude la sua ode.
“… come in una lunga galleria di vestiti e di lavori:
la tua chiarezza si spegne, si veste, si sfoglia
e di nuovo torna a essere una mano nuda.”
Un momento di silenzio e nella sala scoppia un applauso. L’attore ringrazia, si inchina, accoglie i consensi con sguardo soddisfatto. Il pubblico lo guarda con ammirazione e vorrebbe – tutto - raggiungerlo per un abbraccio di sincera commozione, per un ringraziamento a così tanta emozione trasmessa. Eppure sappiamo che ciò che ci emoziona, sulla scena - l’uomo, la poesia - non è che una porzione di tutta la bellezza che ci è stata offerta. Dietro le quinte del palco, oltre la tenda pesante, ci sono infatti decine di persone che hanno lavorato nell’ombra, che hanno studiato, mosso, pensato, che hanno contribuito a che tutto quello che si vedesse con gli occhi fosse il meglio di ciò che si poteva mettere in scena.
Ecco: per me sulla scena c’è la Fotografia.
Tutto quello che sta dietro alle quinte, potrebbe essere compito della Scrittura.


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 Colore rosso © Simona Guerra

Script PHOTOgraphy o del bisogno di una parola

Da molto tempo ragionavo su un termine che potesse designare in modo abbastanza preciso quel tipo di fotografia ben connessa alla scrittura
così come la si sta utilizzando ultimamente. Mi riferisco a una fotografia che lavora assieme alle parole e che viene presentata in modo congiunto oppure, talvolta, che si serve dell’espressione scritta come impulso per la produzione di una fotografia capace di risultare più aderente all’agire fotografico del suo autore.
In più occasioni ho parlato di quanto la fotografia sia negli ultimi anni promossa assieme alla scrittura in maniera ben diversa da come è accaduto in passato; l’ho fatto con esempi concreti, provenienti dal mondo dell’arte e della comunicazione, sottolineando tra l’altro come l’editoria stia sempre di più investendo in un tipo di produzione libraria ancora non definita in un genere. Parlo di libri che contengono fotografie e scritti, da non confondere con il libro fotografico né tantomeno con il romanzo illustrato, in cui le immagini non hanno didascalie, e in cui i testi sono del tutto autonomi rispetto alle immagini.
La parola che ne è uscita fuori è stata Script PHOTOgraphy (e dunque Script PHOTOgrapher?).
E’ ovvio che non intendevo definire un genere ma una disposizione nel modo di attuare l’espressione.
Seppure sia un’ po’ allergica alla moda dilagante della lingua straniera per ogni cosa - dato che la lingua italiana è ricchissima e esaudiente con chi voglia usarla per esprimersi - capisco che questo termine riesce a racchiudere abbastanza bene ciò che avevo in mente.
Prima di entrare nel mondo dell’informatica, la parola Script, in inglese, si usava per dire copione, intendendo quell’insieme di battute scritte e organizzate che gli attori poi devono recitare in teatro o alla TV. Andando indietro nel tempo, nel mondo latino, questa parola si mostra connessa a concetti di segno e sistemi di scrittura.
Dall’altro lato c’è un gioco di sostituzione, che cambia Street in Script. La Street Photography, che il mondo dell’immagine fotografica conosce benissimo e che indaga “la strada” in senso ampio, come luogo d’attività e di vita umana, è un genere fotografico consolidato. Credo sia semplice addizionare la freschezza della fotografia “di strada” con la spontaneità delle parole che possono scaturire dal nostro incontro visivo con il mondo. Immagino parole spontanee, che lo sono perché quando la vita scorre davanti a noi non possiamo far altro che coglierla in maniera istintiva, meno filtrata dalla ragione di quando lavoriamo in dimensioni (fisiche e mentali) più statiche.
E’ poi certo che questa sia solo una parola, che rimanda per forza di cose a tante forme diverse nella mente di ogni persona che la immagina. Credo ad esempio che possa esistere una Script PHOTOgraphy “di strada”, molto vicina idealmente a Luigi Ghirri e alle sue… esplorazioni sulla via Emilia; ma anche una Script PHOTOgraphy più intima, diaristica, come definisco quella che uso io. E chissà quante altre ce ne saranno ancora…
Parole; solo convenzioni forse, che possono però diventare immagini. 


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 MangiareScrivere © Simona Guerra

IL MIO LIBRO DEI LIBRI

(di fotografia)

In quest’epoca veloce che oggi stiamo attraversando, anche un Libro fotografico o un Saggio di fotografia è costretto a seguire ritmi serrati: il volume esce, viene promosso e recensito, lo si trova sui banchi dei librai per qualche mese e poi? Dopo pochi mesi, anche il lavoro editoriale più apprezzabile cede il posto agli ultimi nati e il libro “nuovo” diventa “obsoleto”. Solo a volte, quando il suo contenuto è apprezzato, ed ha fortuna, seguita a vivere grazie al prezioso passaparola dei suoi lettori; altrimenti si perde, e una finestra di sapere si richiude su di sé.
E’ vero che l’editoria ha tanti problemi, e non solo in Italia - soffro per questo, da autrice. Escono pochi libri, c’è scarso spazio per la piccola editoria, e se non facciamo girare l’Economia… dove andiamo a finire? Infatti non dico che la macchina si debba fermare; ragiono solo su come la battaglia del “nuovo sul vecchio” si possa ripercuotere sul cammino formativo di un appassionato di fotografia.
In base a cosa componiamo il nostro cammino di lettori fotografici? Cosa ci guida nella lettura/visione di questo o quel libro? Le recensioni? Le copertine attraenti? La filosofia degli autori o l’incontro folgorante con loro, in carne e ossa? Una loro mostra? Perché ci sono finiti quei testi, nella nostra libreria, e non altri?
Ovviamente non parlo dei classici SontagBathesBenjamin citati tra un po’ anche nei Baci Perugina (chissà se è vero che sono stati letti da tutti quelli che li citano?) ma di quei libri aperti anche venti anni fa, che ci alimentano ancora, oggi; che ci hanno lasciato un marchio a fuoco e che se dovessimo tornare indietro rileggeremmo o sfoglieremmo cento volte perché… Perché?! Insomma: libri dei libri.
Il mio Libro dei libri non lo possiedo, ma lo amo intensamente. Lo ha scritto Giuseppe Turroni nel 1959 e si intitola “Nuova fotografia italiana”. Dentro c’è tutto il mondo della fotografia che mi strega, come facevano le sirene con Ulisse. Dentro, in più di trecento pagine di testo e immagini, c’è l’essenza di quello che era la Fotografia più di cinquanta anni fa: una dama elegante, una duchessa. Se la metafora non fosse chiara aggiungo, come paragone, che oggi mi sembra - non sempre, ma spesso - una prostituta che cerca di arrivare alla fine del mese come può.
Quel libro posso anche non averlo, perché tutto quello che c’è al suo interno non ha a che fare con la sua fisicità, con la sua sfogliabilità. E’ una lezione di vita; è la speranza che la fotografia torni ad essere colta come un tempo, dibattuta con maggiore lealtà, affrontata con principi saldi e forti. A proposito del possesso, Erich Fromm scriveva che non possiamo avere, per esempio, un problema; esso però può avere noi.
Quel libro ha me. E voi? Di chi siete?


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 Guarda dentro © Simona Guerra

FOTOGRAFARE? BISOGNA ANCHE SAPER SCRIVERE

Ho ragionato, sperimentato e scritto parecchio prima di affermarlo, ma sono ormai sicura che questo è uno dei futuri più immediati per la Fotografia: un futuro che chiede con forza all’autore di saper scrivere, di sapersi relazionare con le parole. Una possibilità che si offre come “soluzione” alla marea iconografica che ci invade ogni giorno e di cui gli occhi e i cervelli delle persone sono ormai stanchi.
Se da un lato la fotografia e la scrittura possono essere usate insieme, come un diario personale, in una dimensione piuttosto intima - che io chiamo Fotografia consapevole - in cui “mettere a fuoco”, con la penna e con la macchina fotografica, la nostra esistenza, dall’altro c’è la grande possibilità - ancora non pienamente colta in Italia - di far vivere la fotografia in un modo nuovo, in grado di farle continuare questo cammino di crescita, alla faccia di chi afferma che la fotografia è morta. No, cari miei, la fotografia non è morta!, la fotografia si è fatta un’amica: la scrittura. Un’amica di vecchia data diranno alcuni, un ritorno di fiamma forse, fatto sta che oggi la fotografia viaggia con la scrittura e i risultati sono eccellenti.
Sfogliate libri come quello di Sally Mann, ‘Hold still’ - un memoire con fotografie, come afferma l’autrice, ovvero suoi testi e parole; gustatevi ‘Doppia negazione’ dello scrittore Ivan Vladislavic, con fotografie di David Goldblatt; leggete e guardate il… fresco di stampa ‘Punto d'ombra’ del nigeriano Teju Cole. Vedrete il futuro (e il presente) della fotografia. Vedrete la sua nuova relazione con la scrittura; vedrete dove sta andando parte dell’editoria fotografica; vedrete la sua naturale, richiesta, attualissima commistione con la scrittura.
Ho sempre pensato che un vero Fotografo sia prima di tutto un intellettuale; una persona curiosa, colta (che coltiva) e che non si ferma all’immagine soltanto, seppure si esprime al meglio con essa. D'altronde si sa: la fiamma difficilmente nasce dall’autocombustione; ci vuole “altro”.
Il futuro della fotografia, uno dei suoi futuri, è quello in cui il fotografo sa scrivere, sa raccontare con la penna e non solo con le immagini. Un futuro in cui le immagini non vivono da sole ma hanno accanto dei testi. Perché il racconto sia coinvolgente e multiforme. Non vale chi dice che le fotografie devono parlare da sole. Tranquilli: lo faranno, seguiteranno a farlo, ma solo se saranno sicure di se stesse, se si sapranno far valere.
I Fotografi devono saper scrivere; i Fotografi devono imparare o rimettersi a scrivere. E quel che più mi piace di tale scenario che intravedo è che presto, i Fotografi, quelli veri, verranno confusi sempre meno con i pigiatori di bottoni. Perché scrivere non è come premere un bottone di una macchina da 4000 euro; la Smartpen da sfoggiare con gli amici non esiste e neppure Insalapis!. Il pigiatore di bottoni si stancherà; quelli che hanno qualcosa da dire invece, forse, inizieranno a respirare meglio.
Questo lo ha scritto Siri Hustvedta a proposito del libro di Teju Cole: “Quando l’otturatore si chiude, il mondo si ferma in un’inquadratura. Anche le parole vengono fissate dalla scrittura. Eppure, le immagini e le parole sono inattive finché non vengono viste e lette. Io, lo spettatore-lettore, animo il libro, ed essendo vivo, sono un corpo in movimento. Il ritmo del libro è stabilito fin dalla prima frase e dalla prima fotografia.”
Un’immagine perfetta, io credo, che mi fa sperare nella fotografia che verrà. 


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 Curve © Simona Guerra

CERCASI CRITICI CON ATTRIBUTI

Non date giudizi affettati su questa richiesta, ve ne prego. Non è mia intenzione essere volgare. Per attributi intendo qualità, esperienza vera, conoscenza e funzione specifica di spettanza. Quel che cerco, in particolare, sono persone capaci di eseguire letture del mio lavoro che non siano pervase né da parole difficili su quel che ho fatto, né da loro giudizi, ma che riescano a generare discorsi in grado di farmi pensare, di farmi venire dubbi o rafforzare le mie certezze; di darmi nuovi spunti o permettermi connessioni che non avevo ancora immaginato. Per crescere, per imparare, per andare avanti in modo migliore.
Per far questo ci vogliono persone particolari,  in grado di leggere una mappa dall’alto; che a occhio ti dicono quanto sei distante - se con la tua “arte” sei a…che ne so, Viterbo - da quelli che stanno a… mettiamo, Empoli. Sanno dirti se abiti in una città mai vista prima; se quella strada che hai percorso l’hanno già segnata in così tanti che sulla cartina, al posto della strada, c’è un solco. Mi spiego? La mappa ovviamente è la Storia della fotografia con le sue connessioni, è l’attualità, è la conoscenza specifica - vera! - del linguaggio fotografico.
Ma se una persona mi dice “Bello. Brava. Grazie” che me ne faccio? Certo, ogni commento è graditissimo, per carità!, ma quello è il giudizio di un amico, di un lettore, di un visitatore di mostra, non di un critico, ed ha per me un’altra funzione. Mi rassicura e mi coccola ma non mi fa crescere.
Oggi ogni cosa è mescolata: tutti sono fotografi, tutti sono critici… ma aldilà delle lamentele vorrei ragionare su quanto l’assenza di persone preparate a criticare gli autori non giovi a nessuno. Rimpiango il tempo andato (mai vissuto, per questioni anagrafiche) in cui, ad esempio, sulle maggiori riviste di settore comparivano articoli meravigliosi, a volte pungenti, ma sempre leali, sempre lucidi, sui lavori degli autori: non recensioni, non giudizi, ma pensieri nuovi, spunti, boccate d’aria buona.
Mi chiedo se questo vuoto lo avverto solo io, o se lo sentono anche gli altri. Mi domando qual è il rapporto degli altri autori, con tutti i tipi di loro fruitori. Cosa essi cercano nelle loro parole: una pacca sulla spalla, un applauso, un “bravo”? Gli basta che le persone si emozionino davanti alla visione o alla lettura? Perché anche l’emozione degli altri, potrebbe essere intesa come crescita dell’artista.


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 Libri condivisi © Simona Guerra

INCONTRARE ME STESSA

Sono in una caffetteria. Aspetto una persona. Fra poco arriverà, è questione di minuti. Ma non è lei che aspetto; in realtà attendo ciò che porta con se: un oggetto; fogli di carta cuciti fra loro; la prima copia del mio ultimo manoscritto diventato libro.
Nuovo. Appena stampato. Lo incontrerò a breve!
Mi sento come se dovessi fare la conoscenza di un uomo con cui ho dialogato via chat per anni, e che poi ho deciso di incontrare in carne ed ossa, comunque egli sia. Qualcuno che ho sognato di notte, con cui mi sono arrabbiata cento volte, su cui ho nutrito dubbi e per cui, in segreto, ho pianto. Qualcuno di cui ho pensato: ”Ma varrà la pena? Ma non sarà tutta una sciocchezza?”.
Lo vedrò in faccia fra poco. Lo potrò guardare negli occhi, toccare e soprattutto annusare. Tutto quello che ho solo immaginato fino ad oggi su di lui, fra poco sarà realtà.
Entra una persona. Sento le guance improvvisamente calde. No, falso allarme. Non è quella che aspetto. Che agitazione! Se ne saranno accorti gli altri nel locale, chissà? Ma questo libro, quelle parole, quelle immagini che ho avuto il coraggio, per la prima volta, di mostrare, non posso viverle trattenendo l’emozione che mi causano. Sono fatte di me, seppure gli altri dovessero disprezzarle o reputarle vuote, banali. Potranno aprirsi piccole ferite, magari, ma il mio corpo, per natura, ha imparato come curarle e richiuderle. 
Arriva un’auto bianca, la vedo dalla grande vetrata di fronte a cui sono seduta. E’ lui? No, è una coppia di ragazzi.
Il mio scopo era vivere di fotografia e scrittura e l’ho fatto dentro a quelle pagine. Per lungo tempo esse hanno tenuto insieme esperienze di me. Quando l’esigenza della scrittura si è calmata, il cerchio si è chiuso. Ora il libro è un dono per gli altri. Quella sua rilegatura, quella copertina, sono il sigillo che decreta il dono ch’io posso lasciar andare. In questo, un libro non è diverso da una fotografia. Ogni forma espressiva parla sempre dell’autore e dunque  come nelle immagini si può ricercare lo sguardo del fotografo, così nella prosa si ritrova lo scrittore, quel che pensa, in che modo guarda il mondo. Quel libro è il modo in cui ho visto il mio.
Si apre la porta: oddio eccolo!
Mi batte il cuore a mille.
Smetto di scrivere.
Gli vado incontro con il più solare dei miei sorrisi.

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 Ho le scarpe © Simona Guerra

NIENTE DA DICHIARARE

Oggi non so cosa scrivere; a dire il vero non so nemmeno cosa fotografare. Non oggi. Da giorni non riesco a mettere in fila né immagini né pensieri su questo foglio, e ciò mi inquieta, anzi, mi fa paura. Vuoto; assenza; praticamente niente da dichiarare.
Il problema del vuoto creativo è serio. Può risultarlo ancora di più se si ha una regolare vita sociale virtuale o – peggio - un Diario di fotografia consapevole, poiché l’assenza di “dichiarazioni”, diciamolo, oggi è mal visto. La produzione di contenuti (fotografie, scritti, affermazioni) quando non è “emessa” con cadenza e continuità può dar l’impressione che chi la produce stia perdendo punti, o forse stia esaurendo la sua vena creativa. Dall’altro lato, chi “emette” - l’autore che sparisce per mesi, che non mostra o non scrive - può provare quella sensazione spiacevole di perdita di controllo, di paura di uscire di scena. Questa ansia è amplificata qui in rete; di fatto è noto come social, stampa, riviste on-line o blog abbiano un gran bisogno di contenuti per far girare la loro economia.
Mi domando perché il “vuoto creativo” mette così paura agli autori. Non scattare nulla per mesi, non scrivere una sola riga… che cosa ci fa realmente paura? Il silenzio che risuona dentro, oppure la comunicazione che gli altri si aspettano da noi e che non riusciamo a garantire? E quando c’è, il silenzio, cosa sta a significare? Come lo trattiamo o come lo dovremmo trattare? Dovremmo reagire e rispondere alla “chiamata” scattando comunque, scrivendo, affermando, oppure dovremmo provare a chiuderci ancora di più in noi stessi per osservare quel buco nero d’assenza?
Il rumore, si sa, nasce dal silenzio (ma anche viceversa). Forse se faccio continuamente rumore non imparerò mai a distinguerlo dal silenzio. Il silenzio è anche germinazione, incubazione; specialmente nella creazione. Noi stessi, per nascere, abbiamo dovuto aspettare più o meno nove mesi. La natura dunque sembra dirci che ogni rumore ha bisogno prima di silenzio.
Oggi voglio provare a rispondere a queste domande. Oggi me ne starò zitta. Spengo la macchina fotografica e tolgo l’inchiostro alla mia penna, fino a che non vedrò di nuovo spuntare un germoglio tenero e verde che chieda di essere raccontato con estrema insistenza.

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   Poesia visiva © Simona Guerra

POESIA VISIVA

Alla mostra ci sono andata per due motivi: per il gran caldo e perché ero curiosa di sapere se mi sarebbero piaciute le fotografie dell’autore. A
dire il vero per il caldo mi ero già attrezzata con un grosso gelato, poi finito di consumare con il biglietto in mano davanti all’ingresso della mostra. Dentro siamo solo io e la mia amica Francesca, nel fresco del palazzo. In fondo alle scale cerco con gli occhi un pannello o un testo che ci indichi la via, e soprattutto che ci presenti l’artista. “No non c’è” dice una signorina sottovoce “ la mostra è al primo piano; non si sbagli con quella del secondo”. Ma come sarebbe, penso: una mostra senza spiegazione né presentazione? Senza nulla che chiarisca dove, chi e cosa sto andando a vedere? E’ come un libro senza titolo in copertina né prefazione. Mah… C’è solo un titolo: POESIA VISIVA.
La mostra inizia con opere raccolte in teche che io non riesco a capire. Fotografie e parole. Parole e fotografie. Le immagini della prima sala sono forme mosse, insegne al neon e scie di luce. Non mi arriva niente. Nella seconda sono scritte sui muri. Un cane all’ombra in un giorno di sole. E allora, che vuol dire? Meglio se provo a vedere in un’altra sala.
Qui ci sono parole scritte sulle fotografie; bianche su un fondo nero. Sono versi che riconosco, di Giacomo Leopardi. Ecco, sento che inizio a rilassarmi perché mi muovo in un terreno conosciuto; ma le fotografie, le fotografie, proprio non le afferro, e la rigidità torna.
“Non capisco niente! “ dico a Francesca “Che frustrazione”
“Ma questa è una mostra di poesia visiva!” esclama lei.
“E quindi?”
Lei non sente; è già scivolata in un’altra stanza.
Sono tentata di uscire ma mi chiedo anche perché quest’artista non vuol dire niente proprio a me. Non è possibile, penso! Poi a un tratto in una sala piccola, la più piccola, scorgo un testo su un pannello. Capisco subito che si tratta di uno scritto vecchio, di una spiegazione mal rimossa a proposito di opere appartenenti a una mostra allestita in precedenza. La prima parola si legge bene è “Sculture”. Rimango incantata da quel pannello. Molte delle altre parole, intere frasi, sono quasi del tutto incomprensibili ma tutte hanno uno spessore fisico così importante che anche un cieco riuscirebbe a decifrarle passandoci sopra le dita. A quel punto sento che non posso sottrarmi a quell’atto di conoscenza, così chiudo gli occhi, appoggio delicatamente gli indici sul piano e ascolto la forma delle lettere che rimangono. Le scorro una ad una e alla fine di ogni riga riapro gli occhi per andare a capo.
Sento sulla punta dei polpastrelli il fascino della poesia visiva dell’autore. Nel silenzio, ascolto il rumore dei tacchi della mia amica sul pavimento. Uso il ritmo del suo passo per procedere con la mia speciale lettura sul pannello. Cavolo! Questa è Poesia! E’ visiva, ed è Poesia! Il resto delle opere ormai non mi importa più. L’autore mi ha già parlato ed ecco dove ci siamo incontrati: non dentro alle sue fotografie, e nemmeno sopra a questo pannello, bensì in due parole: P O E S I A , V I S I V A.
Esco dalle sale e dal palazzo soddisfatta. E’ caldo fuori e il sole cuoce la pelle più di prima. Poco male; andrò a prendere un altro gelato.

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   Diario © Simona Guerra

FILTRI COME SINONIMI

Il rapporto tra fotografia e scrittura mi affascina moltissimo. E’ qualcosa che studio da tempo mettendolo in pratica nei miei percorsi personali di ricerca ed esperienza artistica che io chiamo Fotografia consapevole.
Trovo che i filtri di Instagram per esempio, siano una fonte di riflessione interessante per ciò che riguarda il dialogo fotografia/scrittura.
Spiego subito uno dei miei ragionamenti: usare il filtro Mayfair piuttosto che il Rise è diverso anche da un punto di vista delle sensazioni che si vogliono trasmettere o che si sentono nel momento in cui si svolge il lavoro di post produzione. Chi usa il filtro Sutro, per esempio, vuole probabilmente conferire - consapevolmente o meno - un ché di cupo alla sua visione; se sfuma e concentra la messa a fuoco su una zona escludendo l’altra magari vuole nascondere o evidenziare qualcosa, e via dicendo. Mi sono allora immaginata se ci fosse un equivalente in scrittura che somigliasse ai filtri e mi sono venuti in mente i sinonimi. Se sto scrivendo un testo e uso la parola degrado ma essa non riesce a esprime proprio quello che avevo intenzione di dire, posso schiacciare il tasto destro del mouse e andare alla voce Sinonimi della tendina. Per degrado il computer mi suggerisce: deterioramento, incuria, decadimento, abbandono, degradazione, scadimento, imbarbarimento, declasso, ecc. Ora, tutti sappiamo che abbandono non significa proprio incuria, e che incuria non vuol dire decadimento. Essi sono appunto, fra loro, sinonimi. Ma noi possiamo scegliere quale usare, perché le sfumature della nostra meravigliosa lingua italiana sono così tante da permetterci di conferire un significato ben preciso a quel che intendiamo.
E se fosse così anche per i filtri? Che anche essi vadano studiati meglio nel significato che hanno da un punto di vista della comunicazione di un’emozione? Forse dovremmo ragionare meglio su quel che evocano o che possono evocare, dato che essi hanno la capacità di rafforzare un messaggio ed anche di meglio indicarci la nostra via.
Via? Forse sarebbe meglio usare: strada, cammino, percorso, tragitto itinerario, rotta, direzione?

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   Nastri © Simona Guerra

LA STORIA DEI NASTRI

Ho iniziato un seminario di fotografia, tempo fa, lavorando su questi nastri. I ragazzi dovevano mettere le mani in una matassa informe per parlare delle sensazioni e dei ricordi e delle immagini che questo gesto faceva scaturire in loro. Alcuni sono rimasti stupiti per questo; forse si aspettavano di iniziare scattando o vedendo le fotografie di altri, e
invece siamo partiti da qui per arrivare a parlare del valore profondo che le fotografie possono avere per noi. Al termine  del corso - avevo promesso - avrei raccontato loro la storia dei nastri. E' questa:

“…quei nastri vengono da un paesino di montagna, al confine con la Svizzera. Una persona che non ho conosciuto ha voluto che li tenessi io. Essi sono sempre stati ordinati in una scatola di legno, una di quelle vecchie scatole del liquore che forse qualche vostra nonna ancora conserverà. Amo i nastri, i pizzi e i merletti ed amo cucire e alcuni li ho usati, con parsimonia, per cucire cose che uso. E’ stato così, fino al 3 maggio del 2014, giorno in cui un’alluvione terribile ha distrutto case, ucciso persone e ricordi e oggetti di mezza della mia città: Senigallia. Un metro e venti di fango e detriti mi è entrato in ogni ricordo, negli oggetti, negli scatoloni, sui ripiani, e anche nella mia mente, distruggendo molte cose. La scatola dei nasti, quando l’ho ritrovata, era piena di fango scuro e i merletti completamente rovinati. Ma non poteva vincere il fango, ho pensato, no!. Così anche se tutto era ormai fradicio, ho preso ogni nastro, l’ho lavato e rilavato, l’ho profumato con cura, l’ho fatto asciugare al sole. Ho promesso che il dolore di quel giorno sarebbe dovuto mutare nel doppio della gioia; ho promesso che quei nastri non sarebbero stati cuciti da nessuna parte, ma che sarebbero serviti in futuro per far nascere qualcosa di buono, fino a che quel doppio della gioia fosse stato soddisfatto. I nastri, durante questo seminario sono serviti per connetterci a noi, per creare emozioni, per decorare anche qualcuno dei vostri lavori. Vi siete impegnati per voi ma avete fatto una cosa importante, senza saperlo, anche per me. Per questo vi ringrazio. Durante le lezioni ho cercato di trasmettervi il concetto che fotografare non vuol dire solo scattare, ma vivere; e la fotografia, ora lo sapete, è anche in questa storia."
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   Schermo © Simona Guerra

ESPERIENZE TRAUMATICHE IN OFFERTA SPECIALE

Oggi ho rivisto le fotografie di Laura Hospes (tratte da 'UCP UMCG" laurahospes.com). L'autrice ha scritto che le piacerebbe, con questo suo lavoro, che il mondo sapesse cosa significa non riuscire più a vivere la propria vita a causa della depressione. Sarà riuscita nel suo intento? Io dico no, perché la fotografia è perlopiù lo specchio di chi la guarda, dunque anche un osservatore che avesse vissuto l'incubo dell'ospedale psichiatrico, come Laura racconta, non può capire che una piccola parte di quel che viene espresso in fotografia. Ciò che spero è invece che Laura sia riuscita a chiarire a se stessa cosa significa non riuscire più a vivere la propria vita. Ho visto anche gli altri suoi lavori e non mi piacciono neanche quelli. La sensazione che mi danno è… non so, è come se non avanzasse mai, come se fosse  ferma a osservarsi lo sguardo imbronciato, il suo corpo arrabbiato e sofferente.
Ma questa è solo la mia impressione. Penso che un lavoro come questo non dovrebbe stare in una galleria d’arte, ma nelle stanze più intime di Laura, nei suoi cassetti, nella sua testa, o forse sul lettino del suo fototerapeuta; se questo lavoro è nato per aiutarla ad avanzare, perché lo sta usando per farne mercato d'arte come leggo nella sezione "Order print" e "Order book"? E soprattutto, a parte Laura, perché tante persone mettono in vendita i propri eventi traumatici? Non ho la risposta.

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   Scritto fotografato © Simona Guerra





PENSIERO

Non voglio pensare a come farmi venire buone idee in fotografia;
voglio guardarmi dentro per capire per quale motivo le scatto.




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   Paura © Simona Guerra

IL LEONE NELLA GABBIA

Ieri mi è tornata in mente la fotografia che ho avuto più paura di scattare in vita mia: era il giorno del funerale di una persona cara, qualche anno fa e la fotografia mostra persone che sorreggono la bara.
L’ho fatta di nascosto, senza inquadrare, e infatti è mossa, ma non era l’immagine che mi importava; ero guidata da uno strano impulso associato a paura che qualcuno mi vedesse. Cosa avrebbe pensato di me? Che ero proprio una carogna, credo, perché senza rispetto ero andata a bloccare con una fotografia - fatta con un misero telefonino - uno dei momenti più delicati dell’esistenza: la fine.
Ma anche oggi, a  ripensarci, non sono pentita, perché ho capito che con quell’azione mi sono data il permesso di andare a contatto con qualcosa che temo tantissimo: la morte. “Ti ho fotografata, Morte. Io qui, per adesso, e tu dietro alle sbarre come un leone in gabbia a cui posso avvicinarmi senza farmi sbranare. Non ti sfido e mi fai ancora adesso paura ma ti ho guardata a testa alta, non mi sono nascosta, e come tu sai che io ci sono io so che tu ci sei; ti ho fotografata ed ora fai parte della mia vita.”
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  So camminare © Simona Guerra

MOBILE PHOTOGRAPHY

Con la macchina fotografo; con il telefono prendo appunti visivi. Quante volte ho sentito questa frase che dichiara e riporta nella dimensione “ammissibile” la fotografia. Ma da oggi c’è la Mobile Photography che
in italiano è la Fotografia Telefonica. E’ bello che il cellulare sia finalmente libero dai preconcetti della novità; meno bello è che ci voleva la dimostrazione di alcuni fotografi autorevoli (e un libro brillante*) per farlo. Mi chiedo poi: è un avanzamento il fatto che la fotografia sia stata ancora una volta ingabbiata in uno strumento con cui produrla, in un genere? Ho paura che chi fino a ieri ti ha chiesto se hai scattato in digitale o analogico, oggi ti chiederà se era una macchina fotografica o un telefono. Verrà il giorno in cui la fotografia non dovrà essere seguita da nessuna altra parola a sorreggerla, a dividerla in generi e tipi, ne sono certa, ma temo che dovremo crescere ancora un po’. Ciò che invece mi sembra evidente è che la Fotografia Telefonica ci ha fatto avanzare,
eccome, ma in una direzione che sfugge ancora ai più.
Ma questa, come diceva Michael Ende, è un’altra storia.

* Il libri brillante è iRevolution di Irene Alison (Postcart 2015). Brava Irene!

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  Cambiamento © Simona Guerra

FARE CLICK SUL DOLORE

Trovo giusto usare la fotografia per cercare consapevolezza, ma se il fine è la produzione di qualcosa da mostrare, il senso del percorso si perde!
Invece molti lavori che vedo sembrano essere fatti “al contrario”: puntano sul "malessere" dell'autore, sulla sua difficoltà al fine di produrre qualcosa che possa essere considerato dal mondo dell’Arte; che possa essere notato, esposto e promosso.
In questo modo il dolore serve a emergere e allora non mi piace.
Il dolore dovrebbe servire a capire e la fotografia può aiutarmi a farlo se è il mio strumento. Tutto quello che accade dopo è altro. Può esserci come no. Posso mostrare quel che ho fatto ma tutto può restare anche nell’oblio. Quel che non so è come faccio a capire l'onestà degli autori.

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Limiti © Simona Guerra

LIMITI

Usare il telefonino per fotografare mi ricorda i miei limiti. Mi piace sapere che più di quello non posso fare, non posso scattare. E’ una sfida contenere la frustrazione dell’impotenza; arrabbiarmi nel sapere che non posso ottenere ciò che voglio, che non ce la farò.
Mi ricorda che sono umana; mi ricorda che la fotografia, lo è, in fondo, con il suo essere un surrogato della realtà.
Il limite mi permette anche di sognare però; di pensare a come andrei oltre. A come verrebbe bene e a come sarebbe bella quella fotografia, con quella luce, con quell’inquadratura, con quell’angolazione.
E così alla fine la scatto lo stesso, nella testa; se vale l’archivio, sempre nella testa, per l’eternità.

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NASCE IL MIO DIARIO DI FOTOGRAFIA CONSAPEVOLE

Oggi 1 dicembre 2015 rendo pubblico questo "Diario di fotografia consapevole".
Sono curiosa di vedere dove mi porta.
Vieni con me?